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Performance & the City

Performance and the city a cura di Maria Marzia Minelli e Claudia Santeroni presenta il lavoro di Annamaria Ajmone e Claudia Pagès Rabal: con le loro performance le artiste aprono un confronto tra il proprio corpo, l’architettura di Carlo Scarpa e le sculture della collezione del Museo di Castelvecchio.
Il corpo è strumento di esperienza e lettura dello spazio, seguendo una poetica in cui danza, performance e teatro si liberano dei propri confini semantici.

Annamaria Ajmone si muove cogliendo gli stimoli che riceve dall’architettura, dalle sculture e dal pubblico che assiste alla performance. Quello che apparentemente sarebbe uno spazio di risulta è in realtà un perfetto palcoscenico fluido per l’artista, i cui gesti e le movenze sono coadiuvati dagli abiti appositamente immaginati per l’occasione da Fabio Quaranta.

La performance di Claudia Pagès Rabal nasce nella cornice della sua lunga ricerca sul gerundio, il tempo verbale non finito e a-personale, tipico del linguaggio giuridico e logistico. Un presente continuo e de-umanizzato che viene tradotto in una coreografia di gesti alla ricerca di uno scarto che possa disinnescare quella che l’artista definisce “l’immobilità dei movimenti stabili”.


Annamaria Ajmone è danzatrice e coreografa, diplomata come danzatrice presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano.
Al centro della sua ricerca c’è il corpo inteso come materia plasmabile e mutevole capace di trasformare spazi in luoghi creando parallelismi e sovrapposizioni temporali.
Si avvale per le proprie produzioni di collaboratori con cui condivide il processo creativo, coinvolgendo così diverse immagini e visioni. Nel 2019-2024, è artista associata della Triennale Milano Teatro.
La pratica artistica di Claudia Pagès Rabal tesse una rete linguistica di micro-narrazioni, poesia queer e discorso ritmico mentre esplora le possibilità di mettere in scena la voce attraverso la musica e la presenza dei corpi.
È particolarmente interessata ai sistemi di distribuzione, circolazione e consumo. Lavora spesso registrando pensieri o annotando frammenti di conversazione ascoltati per strada con il suo telefono, mescolando avanti e indietro tra lingua e traduzione per arrivare a una forma di libretto in cui anche la grafica e la tipografia svolgono un ruolo importante.
Queste composizioni raccolte si trasformano in esposizioni sceniche in cui gli oggetti accompagnano voci e movimenti cantati sia dalla stessa Pagès che dai suoi collaboratori.